Jasenovac, Croazia, 19-04-2016

 

Si dice che senza il passato non si possa immaginare il futuro, che è impossibile pensare di costruire la propria storia ignorando quella passata. Perché questa è un oceano di lezioni, di esperienze, di personaggi illustri che sono diventati tali e entrati nei libri grazie alla propria vicenda, da cui si può sempre trarre un insegnamento. Senza dimenticare che ogni cosa e ognuno di noi, con la propria presenza e con i propri attributi, è il risultato di combinazioni e scelte del mondo di ieri.

E non a caso la prima cosa che la maestra di storia ci ha domandato il primo giorno della prima elementare è stata: <<Perché studiamo storia?>> Domanda retorica alla quale ha risposto: <<Per non ripetere mai più gli stessi errori>>.

Quella semplice ma strana risposta, che magari ci è entrata da un orecchio e uscita dall’altro perché a quell’età, appena entrati in un mondo nuovo che già non ci piaceva, non riuscivamo a comprenderne il senso, era forse una delle frasi che più ci doveva rimanere impressa nella mente. Per farci capire che il fine ultimo di quella materia non è tanto quello di sapere a memoria il nome di tutti i dinosauri o degli dei babilonesi o centinaia di date, ma piuttosto quello di educare, di educarci al futuro. Di formare uomini e donne che conoscano le proprie origini e che non ripetano gli sbagli del passato. Per non vedere e subire più l’orrore e la tragedia della guerra, dei conflitti religiosi, dei totalitarismi, della schiavitù, dei campi di concentramento. Per trasformare il male del passato in bene per il futuro.

E’ questo il significato del Fiore nel campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia. Un luogo in cui si vuole creare una concatenazione tra presente, passato e futuro. Ogni dettaglio converge verso questa direzione:  le lastre con i nomi delle 83mila persone torturate e uccise nel campo sospese sul soffitto del memoriale/museo , come se continuassero a pesare sulle spalle, sulla testa, sulla coscienza di ognuno di noi; la passerella di legno che conduce lentamente e progressivamente al fiore, quasi come se l’avvicinamento alla struttura fosse il viaggio allegorico dantesco, dagli inferi alla speranza di un futuro migliore; i solchi circostanti alla passerella, che da una parte cancellano ciò che era stato costruito, ma dall’altra vogliono ricordare che lì, proprio in quel punto lì, venivano uccise migliaia di persone; il fiore stesso, costruzione verticale che svetta verso la libertà e la speranza, imponendosi ed elevandosi rispetto al male.

Entrando in questo luogo della memoria quasi atemporale, sospeso tra passato e futuro, si ha come la sensazione di prendere parte al filo di continuità che parte dallo sterminio etnico e giunge alla domanda <<a cosa serve la storia?>> della maestra della scuola elementare di Jasenovac, il secondo fiore del campo. Da cui sbocceranno, si spera, tanti fiori colorati e non più erbacce.

Perché dalle radici del male può veramente nascere del bene.

 

Matteo

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