Dove si nasconde il sacro?

Aggiornato il: giu 15




Cosa significa per te vedere Dio nell’oscurità?

Attualità di Raimon Panikkar.

La dimensione del sacro e del mistero rischia oggi di diventare superstizione e sterile tradizione. Oggetti sacri e miracolosi, preghiere mendicanti e riti apotropaici sono modi per non affrontare il dolore del limite e della frugalità esistenziale. Il materialismo imperante, se da un lato ci ha permesso l’emancipazione dalle strette dell’ipse dixit, ci ha però confinato in un angolo oscuro dove il nostro limite e la nostra fragilità non rappresentano la via per sentirci parte di una dimensione più ampia, di una natura naturante[1], ma ci paralizzano in un vuoto senza potenzialità.

Ma è questo angolo angusto il portale per intravedere l’infinito e per “sintonizzarci nuovamente con i ritmi della Realtà e imparare a collaborare in sinergica simbiosi con quell’intero universo che è dentro e intorno a noi per la sopravvivenza stessa dell’Essere[2].

Si tratta di ripensare in modo nuovo il tema della centralità dell’uomo nell’universo, concetto caro alla gloriosa tradizione rinascimentale. La centralità in Pico della Mirandola esprimeva la possibilità del libero arbitrio e della possibilità di forgiare il proprio destino in armonia col logos universale. In questa visione “nè Dio nè l’uomo sono isolati e la materia non è più completamente impenetrabile[3]. La libertà qui si esprime vividamente attraverso la bellezza e l’armonia dell’arte classica.

In età moderna la possibilità di forgiare il proprio universo si è caricata della visione baconiana per cui la “scienza è potenza”, concetto antesignano della tecnica e del self-made-man che il capitalismo ha trasformato nella lotta di tutti contro tutti. Il concetto della centralità ha in questo modo mostrato il suo potenziale distruttivo.

Se in luogo di centralità potessimo parlare di autenticità saremmo immediatamente posti non al centro ma al confine dell’essere, inteso come consapevolezza del limite. Il limite conduce ad una soglia, un luogo-non luogo da cui intravediamo una filigrana che ci trascende: “ In una parola c’è una invisibile, ineffabile, misteriosa, oscura dimensione del Divino, dove la luce dell’intelletto non entra - sarebbe corretto affermare: in cui l’intelletto “non può” entrare...rimaniamo semplicemente sulla soglia. La porta è chiusa o la sala è completamente buia, ma siamo consapevoli della porta e dell’esistenza dell’oscurità. Noi possiamo vedere Dio sono nell’oscurità [...]”[4]

[1] [...]La Natura, quindi, non può essere considerata una cosa statica: al suo interno si esplica un'attività. Ora, se consideriamo che tutte le cose sono in Dio (nella Natura), l'azione della Natura non può svolgersi che su se stessa, provocando però uno sdoppiamento fra soggetto (Natura naturans) e oggetto (Natura naturata). All'interno di questo processo dinamico della Natura emerge con chiarezza il problema del rapporto fra libertà e necessità. B. Spinoza, Etica, Parte prima, Prop. XXIX [2] R. Panikkar, Il ritmo dell’essere, Jaca Book 2012, pg.228 [3] R.Panikkar, op.cit. pg 229 [4] R.Pannikar, op.cit. pg 427


Nelken

Ciò che è sacro è in rapporto con il divino: fare esperienza del sacro significa cogliere una dimensione eccedente il proprio sé, intuire la nostra provenienza ed il nostro essere come momenti di un assoluto più grande e trascendente il nostro limite. Il sacro, perciò, non può che essere richiamato attraverso il simbolo che è rinvio e al tempo stesso tensione inesauribile verso una meta asintotica, la cui esistenza si può schiudere solo attraverso un’autentica esperienza del proprio sé, ovvero tramite l’accoglimento del limite. Il finito dunque richiama e reclama l’infinito di cui è tramite e rinvio. Il sacro è, in questo senso, fenomenologia dell’Oltre che necessita per il suo apparire del trascendimento del sé. Tale autosuperamento, tuttavia, non può prescindere dall'ascolto franco e dall’accoglimento onesto del limite, dal momento che “ogni vera esperienza estetica è sempre anche un’esperienza estatica”, come esemplarmente riconosce Vito Mancuso in Il senso del sacro ed il mistero della natura. Il sentimento del sublime, di ciò che letteralmente è al di sotto della soglia del limite, si accompagna inevitabilmente al thauma che la consapevolezza della nostra precarietà produce. Non a caso il “tremore” è fondamento e sostegno di ogni narrazione religiosa in cui l’unione col divino è ricercata a partire dalla consapevolezza dell’insufficienza ontologica degli enti e dello iato insuperabile tra finito ed infinito. Ma se la dimensione del limite fosse il luogo in cui si esprime l’ineusaribilitá del divino, che trascende sempre se stesso nella direzione dell’Altrove, allora il thauma, che di per sé potrebbe creare atterrimento e rassegnazione immobile, si accompagnerebbe all’enthusiasmós, cioè alla percezione che Dio è dentro malgrado la sua remota lontananza: coincidentia oppositorum. Se la natura divina, dunque, si realizza nella dimensione della trascendenza e il limite è il tramite dell’infinito, allora essere se stessi significa “indiarsi”, superarsi nel senso bruniano del termine, perché il senso dell’essere possa autenticamente avvenire nel mondo .

La consapevolezza della natura noumenicamente inafferrabile dell’ente, perciò, deve

kantianamente costituire l’idea regolativa a fondamento di ogni sapere, anche e soprattutto del sapere scientifico, dimentico troppo spesso del fatto che la conoscenza degli enti è solo ombra e rimando all’ordine vero. Il paradigma baconiano dell’equivalenza tra sapere e potere ha prodotto nella cultura occidentale una rimozione collettiva del thauma, dello stupore e dell’orrore da cui discende la consapevolezza di sé e del proprio legame col sacro. Questa apparente emancipazione ci ha liberato dalle pastoie dell’ipse dixit ma a condizione di desacralizzare il mondo, privandolo del suo legame col divino. Questo patto col diavolo richiede faustianamente la rinuncia alla libera espressione della propria natura, per servire un nuovo e pericolosissimo padrone: l’egotismo narcisista ed autoreferenziale che ben si incarna nell’imperativo capitalistico.


Eugenia


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