Cinema e filosofia - The Tree of Life

Aggiornato il: mag 10


Lirismo e poesia nelle immagini di questo film che supera le barriere dello spazio e del tempo in un gioco di specchi, richiami, metafore e simboli: Terence Malick, il regista filosofo, ci trasporta verso lontane galassie, nella preistoria terrestre, negli infinitesimali meandri delle cellule, mostrando come il divino si manifesti ed al tempo stesso si neghi nella trama complessa e sfuggente della vita, attraverso un fitto gioco di segrete corrispondenze tra macrocosmi e microcosmi esistenziali e biologici, in una rete di rimandi, di non detti, di non svelati che produce nello spettore stupore e disorientamento. L'universo è templio del divino che si svela attraverso la bellezza, platonicamente intesa come forma sensibile del bene.

La comprensione delle cose e del loro intimo nesso è la conoscenza delle forme, cioè dei significati e delle ragioni che Dio ha impresso nel mondo attraverso la successioni di eventi ed enti che sono ombre, immagini e specchi della divina grandezza. Sembra che il linguaggio visionario di Malick ricordi da vicino la grande tradizione filosofica rinascimentale che in Giordano Bruno trova uno dei suoi più imponenti rappresentanti: nel mito di Atteone riportato in Degli eroici furori, Diana viene intravista dal cacciatore mentre si specchia nuda nella superficie d'acqua di un lago. Da notare subito è il fatto che non è Apollo (Dio del sole e della luce sfolgorante) a mostrarsi ad Atteone ma Diana appunto ( Dea della luna, riverbero del sole). Essa è il divino che si specchia nel mondo,


il mondo, l'universo, la natura che è nelle cose, la luce che è nell'opacità della materia, cioè quella in quanto splende nelle tenebre


Rappresenta cioè la mens insita omnibus, principio immanente al cosmo, anima del mondo, tutt'uno con una natura che fa sbocciare dal suo seno infinite forme e della quale anche l'uomo fa parte. Il divino, che Malick esprime nella magnificenza delle immagini cosmiche e nella sacralità della musica, si manifesta in infiniti modi attraverso la totalità della creazione, ma è l'Uno di plotiniana memoria, il divino privo di forma che la fiamma alla fine del film simboleggia, la cui natura inesauribile è chiamata da Bruno Deus super omnia. Il mistero dell'universo racchiude l'ineffabilità del divino di cui il cosmo infinito è simbolo ed umbratile rappresentazione. Le complesse trame della vita, espresse dall'alchimista Malick attraverso mirabolanti rimandi spaziali (dal macrocosmo delle energie astrofisiche al microcosmo degli organismi cellulari) e temporali (dall'origine dell'universo alla comparsa della vita sulla terra alla nascita di un bimbo) suggeriscono l'esistenza di segrete corrispondenze che svelano ed al tempo stesso celano il gioco di specchi attraverso cui l'Uno, il divino si riflette nel prisma spazio- temporale dell'universo.

La tensione ed il dinamismo che pervadono le visioni cosmiche di questo film ricordano il circuito d'amore che dal divino gratuitamente procede e al divino ritorna, perchè tutto quello che esiste è pervaso dal sentimento dell'insufficienza e acceso dalla passione per ciò che è perfetto, come Platone ricorda nel Simposio. Così l'evoluzione ed il movimento trovano una loro giustificazione metafisica e teologica nell'amore che è tensione e aspirazione al ricongiungimento con le essenze eterne, con le ragioni più profonde dell'universo, dunque con Dio.


E però nessuno di noi in terra è vero uomo, mentre che da Dio siamo separati:perchè siamo disgiunti dalla nostra idea: la quale è la nostra forma. A quella ci riducerà il divino amore con vita pia.

Marsilio Ficino,ibidem


Ed in questa visione metafisica l'uomo occupa un posto preciso: è un microcosmo che riassume in sè e partecipa di tutte le nature dell'universo, come Pico della Mirandola sostiene:

  1. Senonchè, recata l'opera a compimento, l'artefice desiderava che vi fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne l'intensità. Perciò, compiuto ormai il tutto, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l'uomo. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, nè dei tesori uno ve n'era da elargire in retaggio al nuovo figlio, nè dei posti di tutto il mondo uno ne rimaneva su cui sedesse codesto contemplatore dell'universo. [...]Stabilì finalmente l'ottimo artefice che a colui, cui nulla poteva dare di proprio, fosse comune tutto ciò che singolarmente aveva assegnato agli altri.

Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell'uomo

Così dalle visioni macrocosmiche si passa al microcosmo di una famiglia americana attraverso tunnel di immagini evocative e quasi psichedeliche (c'è la genesi del cosmo e la nascita del bambino; c'è lo spegnimento del sole e la morte): un padre autoritario (Brad Pitt), una madre amorevole (Jessica Chastain) e tre figli. Un dramma umano che si concretizza con la morte di uno dei figli. Il tutto non semplicemente narrato, ma ricostruito attraverso una voce fuori campo che apre al pubblico le porte della memoria e dell'intimità del figlio maggiore Jack (Sean Penn) ormai adulto, procedendo per salti, immagini e associazioni mentali che lasciano vuoti incolmati e incolmabili.

L'esperienza del dolore è occasione per una riflessione sul senso dell'esistenza che Jack ricostruisce faticosamente mettendo insieme le tessere di un'infanzia lacerata da un conflitto di agostiniana memoria tra due tendenze ineliminabili dell'animo umano: stato di grazia (la cui incarnazione è la signora O'Brien) e stato di natura (il cui archetipo è il padre, il signor O'Brien ) convivono senza annullarsi nell'animo di Jack.


"Le suore ci hanno insegnato che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quale delle due seguire.


E ancora:


Padre. Madre. Voi due siete in lotta dentro di me. E lo sarete sempre."


Come la natura, anche l'uomo in se stesso racchiude una molteplicità di forze conflittuali. Nel medesimo modo in cui l'Iperione di Hölderlin non riesce a coniugare le voci interiori e ad armonizzare le forze dell'anima se non nell'esperienza della bellezza,


"Ho veduto una sola volta [...] la perfezione che noi collochiamo al di sopra delle stelle, che noi allontaniamo sino alla fine del tempo, questa perfezione l'ho sentita presente. Era là, questo essere supremo, là nella sfera dell'umana natura e delle cose esistenti. Non vi domando più dove essa è: è esistita nel mondo e può tornarvi; vi è soltanto nascosta. Non domando più che cosa essa sia, l'ho veduta, l'ho conosciuta. O voi, che cercate quanto vi è di più alto e perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell'azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza".


anche Jack si trova scisso in se stesso tra forze contrastanti che possono coniugarsi solo nell'intuizione del bello, come sapientemente ammette alla fine del film il signor O'Brien:


"Volevo essere amato perchè ero importante, un grande uomo... ma non sono niente. Guarda, lo splendore intorno a noi... alberi, uccelli... Ho vissuto nella vergogna, ho umiliato lo splendore e non ne ho notato la magnificenza... Che uomo stolto."


Il divino sfugge sempre all'esperienza diretta manifestandosi in una forma umbratile: Atteone vede Diana solo attraverso lo specchio dell'acqua. La bellezza è dunque esperienza di Dio nel mondo, contrariamente a quanto pensa Agostino che vede nell'amore del mondo la negazione dell'amore di Dio. La dimensione amorosa indagata nel film discende dalla constatazione della magnificenza dell'universo, e si identidfica con l'eroico furore bruniano, che restituisce all'anima le ali (come racconta Platone in Fedro), consentendole di ritornare al divino e di attingere così allo stato di grazia che abbraccia la totalità dell'esistente nelle sue contraddizioni.

Lo stato di grazia è la salvezza, mentre lo stato di natura è la dannazione cui l'incomprensione del divino conduce. Se il divino è unità, coglierlo significa intuirlo nella totalità delle sue manifestazioni, annullando in tal modo lo scarto esistente tra finito ed infinito. In questo atto ultimo del conoscere, che si identifica in Spinoza con l'amor dei intellectualis, morte e vita acquistano un significato radicalmente diverso. Il punto di vista altera la percezione: mentre si scala una montagna, ogni centimetro di roccia è fatica e durezza, quando la cima è raggiunta invece il senso del continuo annulla la frammentazione e la visione d' insieme restituisce bellezza ed equilibrio alle forme altrimenti frastagliate e discontinue. Ecco che allora ogni fatica ed ogni dolore sono perdonati e l'anima si riconcilia col mondo, come la signora O'Brian riconosce nel film, restituendo al rancore ed all'aggressività del marito e di Jack amore e dolcezza:


La Grazia non mira a compiacere se stessa. Accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi. [...].Ci hanno insegnato che chi ama la via della Grazia non ha ragione di temere. Io ti sarò fedele, qualsiasi cosa accada…"


Lo stato di grazia corrisponde a questa riconciliazione, possibile "in quanto la mente intende tutte le cose come necessarie" maturando "maggior potenza sugli affetti" (Spinoza, Etica, proposizione 6).

Lo stato di natura corrisponde invece ad una visione parziale che fa dell'uomo e della sua esistenza particolare la prospettiva unica attraverso cui guardare il mondo. La natura e gli altri diventano funzionali all'essere singolo che agisce nel mondo secondo una logica di frammentazione, di antagonismo e sopraffazione, incapace di riconoscere in sè e nell'altro un momento del divino.


La Natura vuole solo compiacere se stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragioni di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei e l'amore sorride in ogni cosa.


E a conferma di ciò, il signor O'Brian ricorda al figlio:


Se sei buono, la gente se ne approfitta. Tanti grandi dirigenti lo sai come sono arrivati dove sono? Si sono barcamenati in mezzo alla corrente. Non permettere a nessuno di dirti che non puoi fare qualcosa. Non fare come me, promettimelo. Io sognavo di diventare un grande musicista ma mi sono lasciato distrarre. Ero in attesa che succedesse qualcosa, e quel qualcosa era l'attesa. È la vita e va vissuta!"


In questa prospettiva a Dio stesso, che permette il dolore, si possono muovere rimproveri :


Il Signore dà e il Signore prende: questa è la sua natura. Sparge sale sulle ferite che dovrebbe curare.


Ma la domanda di senso rimane inevasa e come i figli si interrogano sul motivo della durezza del padre e gli uomini su quella di Dio, Dio stesso interroga l'uomo nel solito gioco di speculari rimandi cui Malick ci ha abituato:


“Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della Terra?” (Gb 38,4)


In questa domanda è racchiuso il dramma della precarietà cui solo l'aggancio al divino ed alla necessità restituiscono senso e valore. Grazie a questo aggancio è possibile la riconciliazione tra umano e divino, finito ed infinito, e l'abbraccio con il fratello morto, la madre ed il padre nella coincidenza tra passato, presente e futuro simboleggia il superamento dell'esperienza della morte e del dolore nella coincidenza stessa degli opposti che è l'unità divina.





23 visualizzazioni