L’AMICIZIA ALLE SOGLIE DEL TEMPO

 

MASTERCLASS DI EMANUELA SERRI E ROSSELLA GIOVANNINI

sequenze scelte e commento filosofico.

 

Una razza aliena con un’evidente superiorità tecnologica e sapienziale occupa vari settori del globo terrestre. Non siamo certi delle loro intenzioni: nella dimensione umana quello che conta veramente è il potere, i buoni sentimenti e l’altruismo sono frutto dell’educazione e di un duro lavoro su di sé. Non a caso per gli spettatori attoniti del fenomeno extraterrestre è imprescindibile scoprire le intenzioni degli alieni per stabilire se sia più utile offendere o difendere, tertium non datur. Del resto, la scoperta del radicalmente altro è stata da sempre problematica per l’umanità, dal momento che ha dato origine a relazioni di soggezione e/o  di assimilazione violenta che di fatto non hanno portato alla scoperta e al riconoscimento dell’alterità, bensì alla sua sistematica negazione attraverso lo sterminio ed il genocidio, come ha chiaramente mostrato il filosofo bulgaro Tzevan Todorov nel famoso saggio La conquista dell’America.

Gli alieni arrivano attraverso 12 astronavi sospese nell’aria, quasi a non voler toccare rispettosamente un suolo che non vuol essere calpestato. I gusci delle astronavi non emettono radiazioni né tantomeno gas tossici. Hanno forme affascinanti e rimandano a  monoliti, menhir preistorici e stele votive.

 

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Il riferimento  immediato è al capolavoro di Kubrick, 2001 Odissea nello spazio, dove un monolite di cristallo compare agli albori dell’umanità spingendo gli uomini scimmia ad evolversi attraverso un incantesimo ipnotico di luci e suoni. 

 

https://www.youtube.com/watch?v=l-UCujPYdS0I

https://www.youtube.com/watch?v=af3YAP6TBmk

 

Il principio della civiltà umana viene qui rappresentato dall ’affacciarsi dell’intelligenza e della coscienza che appare quando un semplice osso verrà adoperato come strumento per cacciare e per sconfiggere i nemici. Mentre nel film di Kubrick sono armi e utensili ad inaugurare il mondo della tecnica nel quale gli uomini-scimmia diverranno padroni,  confermando l’idea che l’ossessione della conquista sia l’unico motore dello sviluppo umano, nel film Arrival, invece, l’evoluzione 

dell’umanità si realizzerà attraverso una prospettiva alternativa sulla realtà, inaugurata da una nuova concezione del linguaggio e del tempo, stavolta del tutto estranea alla dinamica bipolare di dominazione-soggezione.


 

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Il film, infatti, comincia con la voce fuori-campo della protagonista,  Louise Banks, la quale introduce lo spettatore alla storia che sta per raccontare affermando che “ci sono giorni che vanno al di là del tempo” e, poco oltre, aggiungendo di non essere “più sicura che ci sia un inizio ed una fine”. La sequenza successiva è il racconto intenso e drammatico di una relazione fortissima, quella tra una madre e sua figlia, purtroppo interrotta dalla perdita. E da quella cesura si sviluppa un nuovo capitolo del racconto che lo spettatore fatica a collocare nella corretta successione temporale: la maternità di Louise è un capitolo chiuso oppure si deve ancora aprire?


 

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L’identità professionale di Louise, notissima linguista cui  lo Stato maggiore dell’esercito americano si rivolge per decifrare le intenzioni degli alieni, mette provvisoriamente in ombra la sua maternità, per scaraventare lo spettatore insieme a Louise sull’ astronave aliena. Il suo compito è quello di decifrare le intenzioni degli alieni chiamati eptapodi a causa  dei sette lunghi tentacoli che si dipartono dalla testa sovrastata e cinta da occhi senza palpebre, che rendono improbabile un’organizzazione dello spazio attraverso le nostre coordinate avanti-dietro/destra-sinistra. 

 

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Louise deve comunicare con loro: la comunicazione è infatti uno dei temi centrali del film.

Di particolare spessore è la riflessione condotta intorno al linguaggio, intanto perchè è nel linguaggio che l’esserci dell’uomo realizza la propria natura costitutiva, cioè la propria intenzionalità, il proprio essere tensione verso l’altro. Per questo motivo la comunicazione è la dimensione più propria dell’essere, il luogo attraverso cui l’ente si realizza nel suo essere costitutivamente relazione, essere-con-altri. 

In seconda battuta, il linguaggio è davvero centrale perché la lingua di per sé costituisce un fatto interpretativo generatore di realtà: non facciamo esperienza del mondo in modo puro ed incondizionato poiché la lingua ci fornisce un apparato categorico di precomprensione del mondo grazie a cui ci muoviamo ed agiamo. Per questo Heidegger ritiene che la conoscenza sia essenzialmente interpretazione grazie a cui si dischiude il senso stesso degli eventi e degli enti che ci circondano. Se ciò è vero, allora la struttura stessa del linguaggio genera le fondamenta costitutive dell’essere. 

Dello stesso avviso sono Sapir e Worf, la cui teoria corrisponde all’orizzonte interpretativo di Louise Banks. Secondo questa prospettiva il linguaggio non si riduce esclusivamente alla dimensione comunicativa o descrittiva del mondo ma ha la funzione di organizzare la realtà secondo categorie che starebbero alla base della nostra rappresentazione del mondo. Il linguaggio è in grado di modellare il mondo strutturandolo nelle sue forme di base.

La lingua degli eptapodi introduce infatti l’idea che il linguaggio non sia un insieme di suoni o di segni che indicano un mondo che là fuori è già organizzato e strutturato, indifferente al nostro modo di percepirlo o nominarlo. 

 

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Nel caso della lingua umana, l’ortografia è lineare ed ha struttura direzionale. 

Questo tipo di ortografia riflette la nostra percezione dello spazio, nelle coordinate che riflettono il nostro schema corporeo:  sopra/sotto, destra/sinistra, avanti/indietro e del tempo che percepiamo anche secondo dimensione lineare come un passato, un presente e un futuro. 
 

Gli eptapodi invece, avendo occhi su tutta la testa, non guardano al mondo secondo una prospettiva unidirezionalmente lineare, bensì secondo una prospettiva contemporaneamente omnidirezionale: i loro tentacoli si muovono simultaneamente in tutte le direzioni perché possono percepire nel medesimo istante destra e sinistra, avanti e indietro, sopra e sotto.

Il loro schema corporeo corrisponde ad una visione temporale in cui l’omnidirezionalità percettiva e dunque spaziale si traduce  in un omnidirezionalità temporale per la quale futuro e passato, così come avanti ed indietro, coincidono perfettamente. Per questa ragione non usano un’ortografia lineare, bensì logogrammi circolari che, non andando né avanti né indietro, sono svincolati dallo schema prima-dopo del tempo lineare e schiudono all’essere la possibilità di rivelarsi secondo uno schema di simultaneità. Il loro linguaggio è semantografico  dal momento che le parole non sono disposte secondo i criteri della grammatica lineare (soggetto-predicato) ma di una grammatica simultanea che si esprime in circoli senza direzione. L’orizzonte simultaneo degli eventi percepiti ed espressi con tale linguaggio produce una realtà di coincidenza immediata. Il senso del tempo è agostinianamente racchiuso nella coscienza che connette le tre dimensioni temporali in un’unità perennemente presente in noi.

 

Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa.

 

Agostino d'Ippona "Confessioni" Libro XI

 

 

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Non appena Louise riesce a decifrare qualche logogramma, la percezione della realtà tridimensionale del tempo comincia a sfuocarsi, e le immagini del futuro irrompono nel presente descrivendo un passato che per Louise è futuro: coincidentia oppositorum!  Hannah, il nome che Louise darà alla figlia, è il termine palindromico che esprime simbolicamente tale coincidenza.

 

Louise vede il futuro, presagisce la tragedia che segnerà la sua vita familiare, comprende la ragione per cui Ian la lascerà e può persino vedere se stessa intenta a spiegare alla figlia i motivi del mutato atteggiamento del padre nei suoi confronti. In un futuro indefinito lei ha rivelato a Ian il segreto del loro dolore ma lui non ha accettato il destino che li accomunerà: divenuto consapevole, non potrà perdonare a Louise la sua accondiscendenza all’accadimento più insopportabile che si possa immaginare: la morte di una figlia. Come rimproverarlo? Grazie alla sua preveggenza, Louise avrebbe potuto impedire il dolore della perdita, troncando la relazione con Ian e fuggendo dall’amore. Lei sceglie per entrambi e sceglie di non negare la vita perché la vita giustifica il dolore. Sceglie l’affermazione e vuole la vita malgrado il dolore, mentre per Ian la sofferenza è un’atto d’accusa contro la vita: meglio non vivere l’evento più creativo, cioè l’amore e con esso la paternità, piuttosto che patire la sofferenza radicale della perdita di un figlio.

 

Lo stato più alto che un filosofo possa raggiungere è la posizione dionisiaca verso l’esistenza: la mia formula perciò è amor fati(...) A tal fine occorre comprendere i lati finora negati dell’esistenza non solo come necessari bensì come desiderabili ... per sé stessi come i lati più fecondi, più potenti, più veri dell’esistenza (...) la mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l’eternitá

 

F.Nietzsche, Ecce homo

 

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La consapevolezza di Louise non  produce in lei un atteggiamento di rassegnata passività agli eventi, anzi: con un atto risoluto di volontà decide di ripeterli, favorendo nel presente le condizioni che li determineranno in futuro tanto da non  opporsi alla relazione con Ian né alla maternità. Ma in questo destino che si ripete non c’è fatalismo né si percepisce senso di ineluttabilità poichè la scelta, irrompendo nel circolo, spezza la passività e l’automatismo alienante della ripetizione. 

È in questa risoluta decisione che si nasconde l’enigmatica  coincidenza di necessità e libertà: Louise sceglie in ultima istanza se stessa, dando piena attuazione alle possibilità di sviluppo della sua esistenza, ma questa scelta è possibile solo alla luce della piena e matura consapevolezza che, grazie al dono che le hanno fatto gli eptapodi, ha maturato di sè. Ha dunque scelto la propria natura perchè la sua coscienza si è espansa tanto da poterla decifrare a fondo ed è proprio quello il momento in cui libertà e necessità coincidono: non si può negare ciò che si è poichè fuggendo se stessi si nega la vita ed in ultima istanza la scelta stessa. L’unica via percorribile è quella dell’autenticità perchè è la sola che consenta la piena e libera attuazione delle proprie possibilità.

 

Louise è stata ingaggiata per decifrare la scrittura degli alieni in modo da determinarne esattamente le intenzioni. Quali sono le loro intenzioni? Gli eptapodi, sono giunti fino a noi per donarci un nuovo approccio alla realtà, in cui ognuno attraverso la visione simultanea del tempo percepisca la profonda connessione tra passato, presente e futuro, tanto da cogliere pienamente il riflesso delle proprie azioni sulle generazioni future.

 

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Siamo infatti così intimamente legati e dipendenti gli uni dagli altri che ogni decisione non può che realizzare il successo o la sconfitta di tutti.  

Louise attraverso la comprensione del nuovo linguaggio degli eptapodi trasforma la sua visione della realtà, comprende che ogni istante racchiude contemporaneamente presente e futuro e vivendo un paradosso temporale vertiginoso ed emozionante dialoga col generale cinese evitando un conflitto distruttivo: dall’accampamento militare in cui lei si trova e dove i militari stanno organizzando la fuga perché la Cina è in procinto di attaccare le navicelle spaziali, viene sbalzata attraverso una prolessi all’interno di una festa in cui conosce un generale cinese che le mostra il suo numero di cellulare asserendo che 18 mesi prima Louise stessa lo ha composto per convincerlo a non attaccare. Si tratta di una simultaneità di causa ed effetto,  in cui il futuro irrompe nel presente e lo determina come se fosse una causa che dal passato produce conseguenze presenti. Infatti, grazie a questa anticipazione, Louise viene a conoscenza del numero del generale e lo chiama, inducendolo a evitare un conflitto distruttivo attraverso le parole che lui stesso le ha sussurrato all’orecchio 18 mesi dopo alla festa.

 

In guerra non ci sono vincitori, solo vedove.


 

Riecheggia qui l’invito di Jonas a seguire un nuovo imperativo categorico per il quale non si chiede semplicemente all’azione di essere coerente con se stessa, ma soprattutto con i suoi effetti reali ed ultimi. Ciò è possibile se e solo se si raggiunge una visione chiara del futuro, a partire dalla piena consapevolezza del passato e del presente: il dono che gli eptapodi fanno agli esseri umani è, dunque, il loro linguaggio e Louise ne costituisce il tramite: tra visioni dolorose del passato e anticipazioni del futuro la comprensione della lingua ha schiuso infatti  l’ orizzonte complesso di rimandi entro cui tutti noi ci muoviamo.  


 

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Tale comprensione è resa possibile solo grazie alla sincera apertura all’altro, all’autentica disponibilità a condividere il proprio mondo con l’altro: quando Louise spoglia la tuta per potersi presentare, sta metaforicamente rinunciando ai propri abiti mentali, alle proprie strutture protettive, tanto da rischiare una contaminazione a causa della sua esposizione. Il suo gesto diviene metafora della vulnerabilità di chi accetta il rischio di essere ferito pur di far spazio all’altro dentro di sè. Solo se l’altro può manifestarsi nella  propria totale ed autentica alterità, come Louise coraggiosamente decide di fare con gli eptapodi, è possibile costruire una relazione libera e orizzontale che attraverso il dialogo non perda di vista il mondo, non sostituisca al mondo lo spazio angusto del privato, dell’autoreferenzialità singola o del gruppo nel quale è facile confondere l’amicizia con l’appartenenza al gruppo. Ciò che distingue, infatti, l’amicizia dall’intimità è proprio l’intenzionalità, cioè la tensione verso l’altro che è disposizione ad occuparsi del mondo umanizzandolo non appena lo si faccia diventare oggetto di discorso. Quello che si viene strutturando col dialogo è la polis, cioè uno spazio pubblico in cui l’unicità possa  manifestarsi liberamente attraverso il proprio sguardo prospettico sul mondo. Dunque l’amicizia è creazione di spazi condivisi, di autentici scenari politici: 

 

Per i Greci l’essenza dell’amicizia consisteva nel discorso. Essi sostenevano che solo un costante scambio di parole poteva unire i cittadini in una polis […] 

Oggi siamo abituati a vedere nell’amico solo un fenomeno di intimità, in cui gli amici aprono la loro anima senza tener conto del mondo e delle sue esigenze [....]Essere e pensare con la mia propria identità dove io non sono; non generica immedesimazione, né accattivante empatia, ma dal sé fare spazio all’altro, con il proprio concreto esistere intraprendere il viaggio politico e pubblico verso la diversità in me e fuori di me, accettando il cambiamento di ciascuno che ne deriverà.

 

H. Arendt, L’umanità in tempi bui
 

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Nella frase che il generale sussurra all’orecchio di Louise sta tutto il senso della potenza del discorso capace di “prendersi cura del mondo” rendendolo migliore. La frase In guerra non ci sono vincitori, solo vedove rappresenta un punto di vista femminile, radicalmente umano, in cui si enfatizza la dimensione del dolore causata dalla perdita dei propri cari. Vincitori e vinti qui vengono immaginati entrambi come sconfitti nel dolore e nella morte, si avvolgono di una luce fioca che non li distingue più in base all’appartenenza ma che li confonde nel grigiore della polvere e del rosso sangue. La frase è una sorta di illuminazione, un istante che trafigge le dimensioni del tempo e dello spazio e che determina una nuova realtà, quest’ultima è espressione dell’ascolto e dell’apertura all’altro: la frase viene sussurrata dalla moglie del generale in punto di morte, lui la riferisce all’orecchio di Louise la quale, istantaneamente, la restituisce al generale che decide di fermare la guerra: un corto circuito virtuoso ed emozionante in cui il linguaggio e l’ascolto sono gli strumenti attraverso i quali edificare il mondo attraverso la philia, l’amicizia, la benevolenza.

L’amicizia diventa qui un legame intimo, gratificante e allo stesso tempo potente, capace di incidere fortemente nella dimensione politica-sociale.

 

Ma, secondo Arendt, l’amicizia, quando non possiede valenza politica è fraternità: quando il mondo diventa minaccioso e inquietante, pericoloso e terribile chi fugge trova rifugio nelle fila dei perseguitati, umiliati e degli offesi. L’umanità e la fraternità che si sviluppano in questi casi è profonda, calda e rassicurante ma rimane una dimensione privata che ha lo scopo di rendere “sopportabile l’umiliazione”. Questa intimità è irrilevante in termini politici: benché fondamentale per sopportare il dolore, una relazione a-cosmica  non resiste al di là della sua funzione consolatrice: 

 

L'umanità degli umiliati e offesi non è mai sopravvissuta all’ora della liberazione neppure per un minuto”(Arendt).

 

Dai “tempi oscuri” ci si ritrae dal mondo anche in altri modi, rifugiandosi per esempio nella propria interiorità: una sorta di “emigrazione interiore”, un nascondiglio che ci rende anonimi e che, come nel caso della fratellanza, presenta i caratteri dell’autoreferenzialità cui manca il rapporto col mondo. Ritirarsi nell’invisibilità del proprio sè equivale ad auto-esiliarsi dal mondo, dichiarando la propria impotenza, una a-cosmia che rappresenta la rinuncia a sentirsi attori nella dimensione sociale. Si rinuncia in questo caso all’amicizia intesa come umanizzazione, narrazione condivisa e performativa del mondo.  

 

Il limite della vita vissuta nell’autoreferenzialità della propria interiorità sta, secondo la Arendt “nel fatto che forza e potere non sono la stessa cosa: il potere sorge solo là dove le persone agiscono insieme, ma non là dove cresce la loro energia in quanto individui”. Il potere è, in ultima istanza,la capacità di un gruppo di agire in uno spazio pubblico attraverso discorsi liberi ed esiste fintanto che il gruppo resta unito. Potere e forza, perciò, per Arendt non solo non vanno di pari passo,  bensì sono contrapposti perchè, secondo la filosofa, la forza è espressione dell’energia espressa individualmente e strumentalmente. Dunque la forza, che è dell’individuo, è priva di una dimensione pubblica e impossibilitata ad esprimersi liberamente: solo in una dimensione collaborativa, quindi, è possibile esprimere un pensiero efficace e performativo del mondo mentre laddove la pluralità non convive in una dimensione condivisa, lì ci sono regimi totalitari e violenza al posto del potere e della politica. 



 

Nei nostri “tempi bui” il concetto di umanizzazione del mondo potrebbe risuonare nefasto  se lo si assimila alla tecnica come fattore di antropizzazione dell’ambiente, vista la profonda crisi che stiamo attraversando:

 

 “La crisi ecologica che stiamo vivendo è così anzitutto uno degli effetti di questo sguardo malato su di noi, sugli altri, sul mondo, sul tempo che scorre; uno sguardo malato che non ci fa percepire tutto come un dono offerto per scoprirci amati. È questo amore autentico, che a volte ci raggiunge in maniera inimmaginabile e inaspettata, che ci chiede di rivedere i nostri stili di vita, i nostri criteri di giudizio, i valori su cui fondiamo le nostre scelte. In effetti, è ormai noto che inquinamento, cambiamenti climatici, desertificazione, migrazioni ambientali, consumo insostenibile delle risorse del pianeta, acidificazione degli oceani, riduzione della biodiversità sono aspetti inseparabili dall’iniquità sociale: della crescente concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochissimi e delle cosiddette società del benessere, delle folli spese militari, della cultura dello scarto e di una mancata considerazione del mondo dal punto di vista delle periferie, della mancata tutela dei bambini e dei minori, degli anziani vulnerabili, dei bambini non ancora nati”(papa Francesco).

 

La crisi che stiamo vivendo non è frutto di un ineluttabile destino ma effetto di uno “sguardo malato” dell’umanità sul mondo. Oggi è necessaria una visione rivoluzionaria che edifichi una concezione del tutto nuova della vita:

 

“Come in una grave malattia non basta la sola medicina, ma occorre guardare al malato e capire le cause che hanno portato all’insorgere del male, così analogamente la crisi del nostro tempo va affrontata nelle sue radici. Il cammino proposto consiste allora nel ripensare il nostro futuro a partire dalle relazioni: gli uomini e le donne del nostro tempo hanno tanta sete di autenticità, di rivedere sinceramente i criteri della vita, di ripuntare su ciò che vale, ristrutturando l’esistenza e la cultura” (papa Francesco).

 

La sfida del nostro tempo è ripartire dalle relazioni, pensare alla vita come espressione di una rete di relazioni: il potere sorge solo là dove le persone agiscono insieme .

...Dunque il richiamo all’amicizia come strumento di umanizzazione del mondo risulta imprescindibile, come lo stesso Aristotele riconosce quando afferma che 

nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, neppure se avesse tutti gli altri beni messi insieme. 

 

Anche la scienza non vede più l’universo come una macchina composta da elementi isolati tra loro ma come un sistema vivente interrelato, tutta la vita è intessuta di legami imprendiscibili sintetizzati dal famoso “effetto farfalla”: Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. 

Turing anticipava questo concetto della teoria del caos scrivendo che “Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l'uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza”.

La sfida del nostro tempo è sentirsi ognuno responsabile per il tutto aprendosi ad un identità sostenibile, cosmopolita ed ecologica. 

 

Anche nel film l’evoluzione umana si realizza solo quando l’enigma alieno viene risolto, in un “gioco non a somma zero” in cui ognuno dei 12 paesi del mondo supera la visione competitiva per abbracciarne una più radicalmente umanitaria, ben sintetizzata dalla frase che il generale cinese sussurra all’orecchio di Louise. 


 

L’idea di relazione richiama immediatamente un legame, un rapporto tra due o più persone che entrano in contatto. 

A ben pensarci il nostro essere dipende totalmente dalla dimensione relazionale già dalla nascita, questa particolare condizione di dipendenza veniva definita nell’antica Grecia con la parola philia. Secondo Chantraine infatti il significato più antico, diciamo originario, di philos come sostantivo, “esprime propriamente non una relazione sentimentale, ma l'appartenenza a un gruppo sociale”. La relazione è quella condizione imprescindibile per l’uomo che Aristotele definisce zoon politikon, animale sociale. 

Attraverso il linguaggio l’uomo interagisce socialmente deliberando e scegliendo come edificare il proprio mondo. La Arendt a questo proposito afferma che “ Noi umani umanizziamo ciò che avviene nel mondo e in noi stessi solo parlandone e, in questo parlare, impariamo a diventare umani. I Greci chiamavano filantropia questa umanità che si realizza nel dialogo dell'amicizia, poiché essa si manifesta nella disponibilità a condividere il mondo con altri uomini. Il suo opposto, la misantropia, significa semplicemente che il misantropo non trova nessuno con cui si cura di condividere il mondo…”

La capacità dell’uomo di acquisire potere per agire nella dimensione sociale e ambientale pur essendo una disposizione naturale, necessita di educazione affinché possa fondarsi sulla dimensione della ragionevolezza e della piena coscienza di vivere in un mondo fortemente connesso in ogni sua parte.

 

In questi tempi è necessaria una comprensione profonda che conduca ad un tipo di etica globale che abbia come obiettivo il diritto alla vita delle generazioni future. La vita e la natura devono essere conservate ed ognuno deve agire consapevolmente e responsabilmente sentendosi pienamente responsabile del futuro del pianeta.

Hans Jonas propone a questo proposito un nuovo imperativo categorico. Consapevole della forza distruttiva della tecnica nella società industriale e capitalistica, configura un etica nella quale la natura diventa oggetto della responsabilità umana: si può passare dalla paura, dallˋ orrore della catastrofe all'assunzione di responsabilità di un agire collettivo controllato. L´ imperativo morale della nuova etica di puó esprimere in questo modo:

Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla Terra. 

https://drive.google.com/drive/u/0/folders/1S4Kv7GTRiF4jEbXoxXXeUA4gA4KZ8YGa